Dagon

Lovecraft pesca dalle acque del mito e della storia un dio ormai dimenticato per dare vita a uno dei più grandi cicli della letteratura dell’orrore e del fantastico.

Nell’immagine: “Gionata distrugge il tempio di Dagon” (1866) di Gustave Doré. Originale in Pubblico Dominio.

Dalla sua penna sono sgorgati fiumi d’inchiostro colmi di angoscia, ansia e terrore, che hanno assunto la forma di creature che vanno al di là del tempo e dello spazio, incomprensibili all’uomo e per questo da lui temute. L’autore è Howard Phillips Lovecraft (1890-37), il maggior esponente del Weird (di questo genere abbiamo già parlato qui), la sua creatura è il mito di Cthulhu, un elaborato insieme di racconti e romanzi ambientati in un medesimo universo e sotto la cui superficie albergano forze che vanno al di là della comprensione umana.

Questo ciclo ha avuto inizio con un racconto breve, scritto nel luglio 1917 ma pubblicato solo due anni dopo, nel novembre 1919, sulla rivista amatoriale The Vagrant (comparirà poi nel 1923 sulle pagine di Weird Tales). Il titolo: Dagon.

Segreti nelle profondità

Un uomo ormai distrutto scrive una lettera per spiegare i motivi dietro al suo suicidio. All’inizio della Grande guerra, mentre era in stanza nel Pacifico, venne fatto prigioniero da una nave tedesca. Riuscì comunque a fuggire a bordo di un’imbarcazione e per giorni navigò alla deriva. Senza sapere come, un giorno si ritrovò in un territorio desolato ricoperto di fango e pesci marci. Ipotizzò allora che si trattasse di una porzione dei fondali marini che per qualche fenomeno geologico misterioso era risalito in superficie. Decise allora di esplorarlo, fino a giungere a un crepaccio dove scorreva un fiume. Qui scoprì un enorme obelisco sulla riva di un fiume e sopra cui erano incise figure che rappresentavano giganteschi esseri a metà strada tra uomini e pesci. All’improvviso, dalle acque del fiume emerse una creatura enorme che si avvicinò all’obelisco e pronunciò strani suoni. A quella visione mostruosa, l’uomo impazzì e riprese i sensi solo giorni dopo, nel letto di un ospedale. Gli venne quindi raccontato di essere stato salvato da una nave che lo aveva trovato alla deriva. Nessuno, invece, credette alla sua storia: non sembravano, infatti, esserci stati fenomeni geologici particolari né venne trovata la terra da lui descritta. 

Da quel momento in poi l’uomo fu vittima di continui incubi e, nel tentativo di trovare pace, finì per diventare dipendente dalla morfina. Si rivolse anche a uno studioso per saperne di più sull’«antica leggenda filistea di Dagon, il dio-pesce», ma non fu soddisfatto dalle risposte ricevute. 

Lovecraft non fornisce al lettore una spiegazione su questo misterioso essere di nome Dagon. Proverò allora a dargliela io. 

Tra storia e leggenda

Tra il XIII e il XII secolo a. C. il Vicino Oriente venne sconvolto dall’arrivo dei cosiddetti Popoli del Mare, un insieme eterogeneo di genti di incerta origine e dedite principalmente alla pirateria e al saccheggio. Tra di esse figuravano i Peleset, molto probabilmente originari dell’isola di Creta, che intorno al XII secolo a. C. si stabilirono nell’attuale Palestina meridionale (lo stesso termine “Palestina” deriva da “Peleset”). Questa popolazione è comunemente identificata con i Filistei dell’Antico Testamento, in cui peraltro viene indicata come loro maggior divinità proprio il dio Dagon. Sono diversi, infatti, gli episodi che hanno per protagonista questa figura.

In Giudici 16 l’eroe ebreo Sansone viene reso prigioniero dai Filistei e portato nel tempio di Dagon a Gaza per dilettare la gente in occasione di una festa. Sansone, invece, recuperata la sua incredibile forza, demolisce due colonne del tempio, facendo crollare l’intero complesso e morendo così seppellito insieme a migliaia di Filistei.

In Samuele 5.1 – 4 i Filistei riescono a catturare l’Arca dell’alleanza e la portano nel tempio di Dagon ad Asdod, deponendola accanto alla statua del dio. Tuttavia, quest’ultima rovina a terra, con testa e mani che giacciono sulla soglia. Il Signore, inoltre, fa scoppiare in città un’epidemia, per cui i Filistei decidono di trasportare l’Arca altrove.

In 1 Maccabei 10.83 – 84 Giònata distrugge Azoto (nome greco di Asdod) e il tempio, detto anche Bet-Dagon (questo nome compare anche in Giosuè 15.41 e 19.27 per indicare due località in cui veniva adorato il dio). In seguito, le rovine della città e del tempio verranno mostrato a Tolomeo, re d’Egitto (1 Maccabei 11. 4)

Infine, è sempre in un tempio dedicato a Dagon, ma in una località non meglio specificata, che i Filistei portano le armi e la testa di Saul, re d’Israele sconfitto in battaglia (1 Cronache 10.10).

Pesce e grano

Il poeta inglese John Milton (1608-74) nella sua opera monumentale Paradiso perduto (1667) inserisce Dagon tra i seguaci di Satana, scacciati insieme a lui dal Paradiso:

[…] E ne seguì un altro, che aveva

Pianto con molto dolore quando l’arca, che era

La sua prigione, gli aveva mutilato l’immagine di bestia

Mozzandogli il capo e le mani alla soglia del tempio,

e lì cadde riverso, con vergogna dei suoi adoratori:

il suo nome era Dagon, un mostro marino

per metà uomo e inferiormente pesce; tuttavia gli avevano

eretto un tempio ad Azotus, e tutti lo temevano

lungo la costa della Palestina, a Gath come ad Ascalon,

ad Accaron e a Gaza fino alla frontiera.

(I, 457-466)

Milton, così come farà Lovecraft tre secoli più tardi, descrive Dagon come un “dio-pesce”. Tuttavia, all’interno della Bibbia non vi è alcuna indicazione che permetta di giungere a tale conclusione; piuttosto, essa è l’esito di un’interpretazione risalente al Medioevo: è in questo periodo, infatti, che alcuni commentatori delle Sacre scritture ricondussero il nome “Dagon” alla radice ebraica dag, “pesce”, arrivando a pensare che la statua citata in Samuele 5 rappresentasse un essere dall’aspetto umano ma con una coda di pesce al posto delle gambe.

Grazie agli scavi archeologici compiuti il secolo scorso presso Ugarit, antica città sulle coste della Siria distrutta dagli stessi Popoli del Mare sopracitati e corrispondente all’odierna Ras Shamra, si è potuto appurare di come in realtà il nome del dio derivi dalla radice ugaritica ed ebraica dagan, “grano”, e che si tratti di un dio della fertilità e dell’agricoltura. Il suo culto era particolarmente diffuso a Ugarit, dove veniva considerato addirittura padre di Baal, e venne adottato anche dai Filistei dopo il loro stanziamento in Palestina.  

Alcune riflessioni

E’ interessante notare come il primo racconto del mito di Cthulhu sia anche l’unico che si ispiri a una divinità realmente esistita. Bisogna sempre considerare, comunque, che in questo racconto specifico non viene specificato che Dagon sia il mostro visto dal protagonista, ma è chiaro che tra i due vi sia una sorta di legame (che Dagon non sia altro che la reminiscenza delle antiche creature che abitano in fondo agli abissi marini?).

Un altro aspetto che emerge mettendo a confronto Dagon di Lovecraft e La fine della storia di Smith, racconto di cui si è parlato in una precedente postilla, è l’ampio uso nel genere Weird dell’espediente del manoscritto ritrovato: per fornire maggior verosimiglianza e coinvolgere così maggiormente il lettore, gli autori di questo sottogenere tendono a presentare la narrazione come uno scritto reale di una persona che ha vissuto (o semplicemente appreso) della vicenda raccontata.

Inoltre, in Lovecraft e Smith si nota come l’orrore e il mistero alberghino sempre nelle “profondità”, siano esse della terra o del mare. 

Fonti